Orientamento all’arrivo #conoscersi #welcome #benvenuti

12DIC.2013

I primi giorni di orienTamento sono ovviamente caotici e bisogna adattarsi ai lunghi tempi indiani, Vishal sta completando le complicate pratiche burocratiche di registrazione presso l’ufficio di polizia locale  il visto employement prevede infatti che venga dichiarata la presenza dello straniero sotto responsabilità di una persona che presenta all’ufficio immigrazione e al commisariato tutti i documenti necessari propri e del tutelato: passaporto e posizione fiscale e conto corrente. Lunedì dovrò presentarmi al commisariato di persona, mentre domani farò la prima visita alla scuola Academye al villaggio City of Child. Nel frattempo ho trovato il tempo di occuparmi di un paio di cose tra l’ufficio ela slum lasciandomi coinvolgere in un progetto detto di Human Design portato avanti da George , un ragazzo tedesco che ha chiesto ai volontari di  DGS di supportarlo nelle varie fasi che lui chiama “research-design-implemetatio-…è un progetto molto complesso a quel che pare dai piani che pubblica nel suo sito Base Camp, un sito che vuole essere una piattaforma di condivisione sulle varie fasi del progetto. In pratica capisco che desidera effettuar una ricerca a 360 gradi sull’habitat della slum per poter proporre un modello di oggetto che corrisponda ai fabbisogni reali degli abitanti e che sia economico , riciclabile e la cui conoscenza ed utilizzo possano esser facilmente trasferiti. Trovo il progetto molto ambizioso soprattutto nella sua fase di individuazione e riconoscimento. george cerca il nostro aiuto poichè la fase di ricerca sul campo che avrebbe dovuto condurre a un risultato preciso in meno di un mese(quale oggetto produrre) non sembra invece prender alcuna consistenza. Ma la mia risposta è semplice. fare ricerca su campo richiede un’idea strutturata e una coordinazione tra operatori che includa un minimo di formazione. George ammette di non riuscire a coordinare questa parte così basilare così io e Joel ci siamo dati disponibili per incontrare gli altri operatori lunedì e strutturare questo passaggio: è necessario creare una prassi per le interviste, considerando poi la vastità del campo d’indagine ( che parte dall’igiene delle strade, alla disinfezione dell’acqua passando per l’educazione dei bambini, le pari opportunità e i monsoni senza dimenticare il flagello della droga o il traffico o…insommma ogni cosa) bisognerà redigere un questionario aperto, una sorta di canovaccio in cui incanalare intervistatori e intervistati e  sarà ultimo ma non meno importantediscutere il problema della lingua locale, che a quanto pare nessuno conosce,a  lavorare in tandem con uno o più “insider” che la conosca, oltre a ciò Joel ha costruito una piattaforma web in cui pubblicare foto e osservazioni con googlemap  pensata per permettere all’azienda che produrrà questo oggetto di comprendere a colpo d’occhio la situazione e facilitare la circolazione delle informazioni tecniche e logistiche. Penso che tutto ciò sia molto utile ma ho seri dubbi che entrambi i miei amici abbiano la più pallida idea di cosa significhi veramente fare un lavoro etnografico su campo e  intervistare e dialogare con le persone delle slum a scopo di ricerca, cioè con metodo e tatto, ho la forte sensazione che siano sicuramente moto abili nel guidare le grandi linee del progetto in fase di ideazione e applicazione finale ma più inclini al lavoro d’ufficio che di campo…”Io e  Gulshan – un’altra volontaria che abita con noi- andiamo a fare un giro in slum” mi dice Joel inforcando la canon con super obbiettivo, vieni? Ovviamente accetto perchè desidero fortemente poter dire di sbagliarmi riguardo all’ultima sensazione ma no…prima Joel si arrampica con entusiasmo nelle latrine abbandonate per scattare qualche foto e non si accorge che primo non erano abbandonate, secondo erano quelle per le donne e poco ci manda che non riprenda con la sua canon una qualche povera malcapitata a chiappe scoperte, ponendo fine dall’inizio alla sua reputazione come intervistatore nelle slum, poi dopo aver invadentemente attraversato i vicoli interni delle case (vicoli privatissimi  larghi un metro appena di in cui le donne lavano i panni all’uscio di casa)e scattato molte foto alle discariche a cielo aperto in cui maiali e bambini vanno a giocare, a bordo del fiume, ha chiesto a una ragazzina che mi aveva avvicinato per conoscermi ” ti piace vivere qui?” Mai domanda mi è suonata più stupida e inappropriata, e purtroppo non solo a me, ma anche alla ragazzina i cui occhioni neri sembravano chiedermi “devo VERAMENTE rispondere? Non vede come vivo?” La ragazzina , Usha  se ho ben capito, si lascia scappare un tristissimo no” ciondolando col collo. Sono in imbarazzo per Joel che con ingenuo entusiasmo incalza ” Su dai, dimmi cosa faresti per migliorare tutto questo” Di fronte alla distesa di immondizia, alle latrine puzzolenti, alla miseria di case che non chiameresti nemmeno baracche, tra lo sporco, i cani, i maiali e le mosche, gli occhi di Usha sono desolati e desolanti. Dice ” non so” in un timido  inglese.  Joel si dilegua. E’ un ragazzo sensibile ed intelligente e capisce di aver sbagliato l’approccio ( in Inghilterra funziona, i mi spiega mortificato più tardii i  ragazzini dei quartieri non vedono l’ora di potersi lamentare) Qui non è così: i bambini ridono giocando nella spazzatura,  e spesso crescendo capiscono che esistono condizioni migliori ma restano a guardare impotenti senza perdere la loro allegria, a meno che non gli si ponga di fronte alla loro condizione, ai nostri occhi imbarazzante e inaccettabile,il che è disarmante. Usha saluta dicendomi ” Grazie per quello che proverete a fare qui”.

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